Fotografia di Martina Formaini

La lingua ha una forte capacità di strutturare il senso di identità e la personalità dell’individuo che l’apprende. Apprendendo uno specifico codice linguistico alleniamo la nostra mente a pensare in quel determinato modo, e impariamo a raccontare le cose del mondo influenzati anche dall’interpretazione del nostro codice ed esso è frutto diretto della cultura entro la quale è nato e si è sviluppato. La nostra identità quindi nasce ed è costituita in parte come forma di storia personale. Il discorso e la nostra soggettività si costruiscono insieme in rapporto reciproco (Bruner, 1986, 1990).
Quando si cambia codice linguistico, come ad esempio in contesti d’espatrio, il modo di vedere la realtà e le nostre identità vengono trasformate. Mano a mano che il tempo passa ci abituiamo al nuovo codice. Lo utilizziamo per pensare. Tutto ciò avviene attraverso una continua negoziazione e interiorizzazione dei significati portati dalla nuova lingua e dalla cultura entro la quale si è sviluppata. Si ha il bisogno di diventare nuovi Sé per parlare una lingua che spesso non riflette le profonde connessioni con la propria cultura (Imberti, 2007).
L’uso della lingua madre in terapia sembra facilitare la rielaborazione di esperienze traumatiche che non necessariamente nascono dal percorso migratorio ma che comunque lo influenzano (Hill, 2008). Riuscire a rielaborare le proprie esperienze traducendo la propria storia in tutte le lingue che ci appartengono è parte del processo di adattamento al nuovo contesto e che permette di percepirci in continuità con la propria esistenza nonostante i cambiamenti che spesso ci troviamo ad affrontare.

E.L.